I canti, i balli, la musica e gli strumenti musicali

 

Attraverso l’impatto uditivo riusciamo ad assaporare il gusto della tradizione popolana con i riti e l’essenza del vivere quotidiano, e ad osservare, ascoltando una “villanella”, lo sviluppo di questa importante parte della civiltà della penisola amalfitana.
“Canere”, il latino di cantare, era una vocazione spontanea: si cantava nelle ricorrenze religiose, sul lavoro, in collina o sulle barche, per diletto in ogni contempo, per corteggiare una donna o per beffare scherzosamente qualche personaggio.
Numerosi erano i canti propiziatori della pesca, con i relativi canti delle donne che pregavano a “Marunnella ro puort” affinché i loro uomini facessero ritorno incolumi alle loro case. Cantare era così normale e spontaneo che anche il semplice chiamare una persona dalla finestra, era un prototipo di tessuto musicale.
Che dire poi dei famosi “chianti”: durante la notte che precedeva la sepoltura del congiunto, la vedova intonava un pianto che rappresentasse l’estrema sofferenza per la dipartita del suo caro. La nenia aveva struttura esclusivamente melodica, interrotta regolarmente da profondi sospiri e lacrime fino a consumare il dolore.
Molto rinomata e di grande espressione musicale e sociale è la tammurriata diffusa non solo in Costiera amalfitana bensì in tutta la Campania. Ha origini molto antiche e veniva e tuttora viene fatta dal popolo “cafone”, contadino. Tale espressione musicale è legata a momenti ritualizzati della collettività e nella fattispecie alla sacralità devozionale rivolta alle tante Madonne campane e a Sant’Anna.
La tammurriata nasce dall’interdipendenza di ballo, canto e musica e si esegue nel periodo che va dall’inizio della primavera (momento della fioritura) fino alla seconda metà di agosto (fine del raccolto e della potatura). Tutto ciò perché si vogliono seguire i ritmi di Madre natura e quindi la tammurriata si spegne con l’arrivo del buio invernale. In passato, per festeggiare le Madonne benefattrici, i pellegrini raggiungevano il luogo di culto o a piedi o con lo sciaraballo, che è un grande carro che prima veniva trainato dai cavalli o dai buoi e oggi dai trattori. Il termine sciaraballo deriva dal francese char à bal che significa carro da ballo, ed è proprio su questo che si svolge l’inizio delle tammurriate. Questo carro viene anche decorato con prodotti locali: caciocavalli, salami, frutti di stagione, fiori, palme e vino che deve dissetare i cantatori, i danzatori e i sonatori.
Nell’ambito della tammurriata si riscontrano elementi greci che sottolineano le sue antiche origini, il suo legame con la terra, con la divinità e l’ebbrezza bacchica. Secondo i greci, infatti, attraverso il ballo ci si poteva accostare alle divinità e i danzatori si muovevano con gesti corporei strettamente legati alla voce e alla musica al fine di raggiungere l’ebbrezza terrena. In comune con la tammurriata vi sono la cheironomia, ovvero la posizione assunta dalle mani nel corso del ballo (importante perché attraverso di essa si esplicitano particolari sentimenti ed emozioni) e il saltare di tipo demoniaco che agita tutto il corpo.
La tammurriata è una danza di coppia eseguita da un uomo e una donna, da due uomini o da due donne. Nell’ambito di tale ballo, i gesti possono essere spontanei o derivare dalle azioni quotidiane, dal lavoro in casa o nei campi, come zappare la terra o setacciare la farina. Nel momento in cui parte la musica si formano le coppie attraverso un gioco di sguardi: inizialmente i due sembrano cercare una giusta intesa tra di loro e con lo spazio circostante.
Durante l’esecuzione della tammurriata non vi sono attori e spettatori perché questi ultimi possono intervenire in qualsiasi momento aggiungendosi alle danze. Si formano spontaneamente dei cerchi che coinvolgono tutti i presenti, all’interno dei quali si fondono suonatori, danzatori, cantatori e spettatori. Il tempo simboleggia la volontà di sfuggire al tempo canonico: si tenta di fermarlo e si cerca di dimenticare il duro lavoro. La tammurriata viene accompagnata dalle castagnette, tenute in mano un po’ da tutti mentre i danzatori iniziano ad assumere un atteggiamento più aggressivo, di evidente avvicinamento amoroso o di sfida, assecondato o respinto dall’altro.
La danza con tutti i suoi corteggiamenti, le sue intese, le sfide, i rifiuti, gli accoppiamenti ricamati dalla ritmicità delle castagnette, sprigiona tutta l’energia interiore dell’uomo, la sua forza e resistenza fisica, ed è una delle maggiori e più genuine manifestazioni di sensualità. Non esiste limite di tempo per terminare la danza se non quello dello sfinimento. Questo ballo non si insegna nelle scuole, ma si impara solo con la pratica e grazie alla disponibilità degli anziani disponibili a diventare insegnanti.
La tammurriata ha delle caratteristiche ben definite, ma vi sono delle distinzioni ben precise da un posto all’altro della Campania. Queste diversità sono nate forse a causa della varietà geografica e climatica dei luoghi dove si balla questa danza. In pianura e nei luoghi vicino al mare la danza è stata sempre considerata un avvicinamento sensuale ed amoroso, mentre nei luoghi alti e montagnosi la maggiore presenza del pericolo e la necessità di conquistare la vallate hanno introdotto nella tammurriata atteggiamenti più duri, scattanti, saltellanti, aggressivi.
In Costiera si può assistere alla tammurriata all’Avvocata, in onore della Madonna dell’Avvocata. La caratteristica più importante è la presenza di un numero elevato di tamorre suonate contemporaneamente, che può arrivare anche sino a dieci. La musica e i movimenti sono veri e propri richiami guerreschi, incitamenti agli uomini nei momenti di combattimento.
Altro ballo presente in Costiera amalfitana è la tarantella. Con questo termine si indicano le movenze barcollanti del pazzariello o del Pulcinella napoletano. La tarantella è comunque un’espressione tipica urbana che ha assunto, soprattutto presso la corte di Napoli, forme sempre più raffinate e stilizzate, diventando proprio per questo un divertimento e uno spettacolo da mostrare in tutto il mondo. In passato veniva accompagnata solo dalle castagnette battute dagli stessi danzatori, alle quali si poteva aggiungere un disegno ritmico del tamburello. Questa danza può riferirsi sia alla danza mitica eseguita da una sola persona (si pensi a Pulcinella) sia a danze professionali. Non è da escludere la forma a coppia. Questa versione è legata soprattutto ai divertimenti della corte napoletana e in questa maniera venne presentata in tutte le maggiori corti europee. Essa si presenta con una serie di passi precisi, tanto che nel 1834 venne stampato, per la prima volta, un album con disegni e spiegazioni dei passi della tarantella.
Altro ballo presente in Costiera amalfitana è la pizzica. Si tratta di un ballo molto frenetico e, a vederlo, davvero impressionante, perché a chi balla sembra che quei gesti e quei salti siano dettati da un qualcosa di interiore, da un qualcosa in preda a un’eccitazione psicomotoria che scaturisce dall’interno. Simbolo di questo ballo è il ragno, senza con ciò coinvolgere l’animale vero e proprio la cui puntura non provoca alcun malessere. È stata la fantasia popolare a creare e costruire il tutto.
In Costiera amalfitana vi sono diversi strumenti musicali tipici, anche se non tutti sono nati in queste zone. I più importanti sono:
– la chitarra battente. Questa fu introdotta in Spagna dagli Arabi e diffusa in tutta Europa dalla fine del Trecento. È una particolare chitarra con la cassa più alta del normale e più allungata, con il fondo bombato invece che piatto ed un manico più corto. Tale strumento prevede cinque corde e raramente corde doppie, che ne aumentano la sonorità. Ai bordi del foro centrale della cassa armonica è fissato un soffietto di pergamena terminante ad imbuto sul fondo della cassa stessa. La chitarra battente, che una volta era diffusissima in Campania, oggi è quasi scomparsa rimanendo in uso solo in poche zone del Cilento.
– il putipù, detto anche “caccavella”. È una pentola di terracotta o una vecchia scatola tonda di latta, ricoperta da una pelle. Al centro della pelle è legata l’estremità di una canna. Questo innesto si pratica prima che la stessa pelle venga fissata sulla pentola o sulla scatola. Il suono è prodotto sfregando una pezzuola umida lungo la canna.
– il triccheballache, costituito da tre martelletti di legno fissati, in basso, nella scanalatura di una base sempre di legno. Il martello centrale è fisso, mentre i laterali sono snodati all’estremità inferiore. Lo strumento viene suonato impugnando nelle due mani i martelletti laterali e battendoli contro quello centrale fisso.
– le castagnette, così chiamate nella tradizione popolare campana ma meglio conosciute come nacchere, sono lo strumento ritmico che accompagna le danze popolari. Questo strumento è composto da due parti concave di legno, a forma di conchiglia, tenute insieme da una cordicella che ne attraversa la parte superiore.
– la tamorra o “tammurro” è formato da una grande fascia di legno circolare, ricoperta da pelle di capra ben tesa. La fascia presenta delle aperture rettangolari dove sono collocati dei sonagli ricavati da vecchie scatole di latta che si chiamano “’e cicerre”, oppure “’e cimbale” o “cincioli”. Esiste però anche una tamorra muta, cioè priva di sonagli. La tecnica per suonare tale strumento è molto complessa: sono indispensabili doti musicali e ritmiche e resistenza fisica, in quanto lo strumento va suonato per ore intere senza perdere il ritmo.

Tutt’oggi a Praiano opera un artigiano, Pasquale Scala, che ha coltivato sin dagli anni Trenta la passione per la costruzione degli strumenti musicali. Sin da piccolo frequentava la bottega del padre Raffaele, che era ebanista e musicista, e proprio così iniziò a crescere il suo interesse per gli strumenti musicali artigianali. Oggi è un liutaio affermato, conosciuto in Italia e all’estero. Oltre alle normali chitarre classiche, Scala costruisce chitarre battenti, chitarrine e, rifacendosi a modelli originali, strumenti medioevali, rinascimentali e barocchi. Nella sua bottega sembra che il tempo si sia fermato all’epoca delle ghironde (strumento a manovella), ribeche, vielle: tali bellissimi strumenti sono impreziositi dagli intarsi in legno e in madreperla che lo stesso Scala crea per i suoi capolavori, aiutato dal figlio Leonardo, colto dalla stessa passione del padre.
Tuttora disponiamo di diversi canti tipici, tra cui quelli riportati di seguito.
Vurria addeventare sorecillo
Vurria reventare sorecillo
Uè mettere paura a la zia Annella
Le vurria dà no muorzo a lo pedillo
E straccià lapidea de la gonnella.
E po’, pecchè so tanto piccerillo
Me vorrai abbuscà na peccerella
Ca vedo ‘nzorà chisto e ‘nzorà chilo
E pè me nun ce sta ‘na moglierella.
E bà…
E ste breccie ca porte ‘mpietto
Tu le porte pè me ciaccà.

Testo popolare, tuttora riportato dalla tradizione orale di Maiori, fu utilizzato nel Settecento dal musicista Leonardo Vinci nell’opera buffa Li zite ngalera in forma di “siciliana”. Nella tradizione viva viene invece cantato sui modelli di tammurriate.
Boccuccia de no pierzeco apreturo
Boccuccia de no pierzico apreturo
Mussillo de na fica lattarolla
S’io t’aggio sola nt’a chess’uorto
‘nce resto morto
si tutte ‘sse cerase nun te furo.
Tanto m’affacciarraggio pe’ ‘sse mura
Finchè me dice intra nella scola.
S’io t’aggio sola…
E si ‘ce scaglio ‘coppa de ‘ssa noce
Tutta la scogno pe’ sta santa croce.
Ahimè cacce te farraggio dire
E resentire te putarraje
Ma nun auzà la voce.

Famosissima villanella attribuita al mitico cantatore e poeta Velardiniello, la cui presunta musica è riportata da un’antichissima stampa fatta a Napoli nel 1537. Il testo offre tipiche allusioni al mondo contadino e similitudini con la versione di questo stesso testo raccolto nei pressi di Maiori durante la festa della Madonna dell’Avvocata nel 1973, testo cantato su uno schema melodico di tammurriata. Ecco il frammento raccolto a Maiori:
boccuccia de no pierzeco immaturo
mussillo ‘e bella fica lattarola
‘e fica lattarola
si te trovo sola
si te trovo sola pe’ ll’uorto
uh! m’all’anema ‘e chi t’è morto
t’arrobbo sti cerase da ‘o panaro.

A Cetara i pescatori, prima di iniziare il lavoro, pregano San Pietro, patrono del paese, e San Francesco, patrono d’Italia, affinché li aiutino. Se la pesca è scarsa o nulla, dispiaciuti, si esprimono così: “Santo Pieto sia laudato, e pisce a’ me nun me l’e rate”. Se, invece, la pesca è abbondante, cantano allegri, a solo o collettivamente, la canzone cosiddetta dello “sposalizio dei pesci”, così:
Guarracino (pesce piccolo) che spose, notte e’ juorne nun’ arriposo
S’è fatte nun bellu vestite sgame (squamato) e pesce pulite,
s’è fatto n’abbuttunera, nasse e seccie, purpe e fere (delfino),
se n’addone li triglie e s’anno fatte’ nammaraviglie,
se n’addone l’alice quanto male cannericene;
se n’addone la sardella e facevano ammuricella;
se n’addone o’ merluzzo, saglie e’ scenne pe’ tint’o’ puzze,
se n’addone la murene longa longa e’ chiena chiena,
se n’addone la vavose a’ sotto a’ tane faceva la poste,
sen’nevene nu scorfano ca’ faceva ra annammurate,
facevano a mille a’ mille, rance, sponne e scunciglie,
facevene a’ meliune, pisce castagne e’ sparagliune,
è lu scurme lu sapette s’armave comme a’ rasule,
rispe sgarde ri duoie scuppette,
è la sciorte che fà fà, e mieze a chiazze o’ va truvà,
tu si lu guappe guarracino m’hai luvate la nnammurate,
è tienatella sta mazziate!

Questa canzone vuole significare che il Guarracino (piccolo pesce nero e rotondo) ha tolto la fidanzata allo sgombro. Questi, essendosene accorto, lo cerca da ogni parte. Finalmente lo trova in piazza e vengono alle mani.
A Minori, all’inizio del secolo, un popolano soprannominato Luigi ‘a Zella, con una finta vecchia fra le gambe ch’egli simulava di cavalcare, saltellava per tutto il paese cantando con voce stentorea:
T’hai mangiato ‘e scorze ‘e lupini
E a mme nun me n’e dato,
Santella Mia!
‘e soldi ch’amma dà a miereche e spizali
‘nce mangiammo io e tu
Santella Mia.

Ragazzi e non ragazzi gli sciamavano dietro ripetendo in coro: Santella Mia! e gli lanciavano le bucce dei lupini che divoravano.
Attività di divertimento con connotati culturali nel piccolo comune di Minori era ed è la Banda musicale. L’attività bandistica è pur essa antica. In passato la musica rivestiva enorme importanza, al punto che l’amministrazione comunale, nonostante le scarse possibilità economiche, sponsorizzava la banda “municipale”. Suonare nella banda era segno di distinzione e ne facevano parte i ragazzi delle migliori famiglie.
Sempre a Minori, all’attività agricola erano legate le “cantate a fronne ‘e limone”. Erano canti ove la verve del testo si fondeva con un motivo lungo e cullante, quasi la sintesi delle due anime del popolo minorese: la furbesca vivacità del Pulcinella ed il sentimento lirico ispirato dalla bellezza dei luoghi. Le voci si rincorrevano da terrazzo a terrazzo, da una collina all’altra, e con echi vari e profondi si dileguavano negli anfratti della valle.
Esistevano canzoni d’amore, canzoni di storia (di tipo narrativo), canzoni di tela (cantate dalle donne al telaio), ma meno complicate e libere da ogni riferimento ritmico erano i canti e le ballate delle portatrici di limoni. Le parole usate in questi melodiosi lamenti derivano dal linguaggio quotidiano e consistono spesso in termini quali forza, dolore, speranza e domani nel finale tipicamente cristiano che rimette nelle mani di Dio la salute dei figli, unico motivo dei loro sacrifici.
I canti più importanti erano sempre quelli sacri e religiosi in genere, che venivano eseguiti e vissuti con fede ed un velo di misticismo, che ha sempre contraddistinto le vicende storiche della Costiera amalfitana.
C’è ancora chi crede che dalla Torre dello Ziro di Scala, dove fu fatta rinchiudere e morire Ermengarda, moglie di re Desiderio, ripudiata perché non poteva avere figli, si odano ad una certa ora le grida della regina intrappolata, che invocava pietà. Tale pietà viene tutt’oggi invocata dai battenti durante le funzioni della Settimana Santa, attraverso il canto “Perdono mio Dio, perdono pietà”. Testimonianze dei battenti si ritrovano nei libri custoditi nell’Arciconfraternita del SS. Sacramento di Minori, nonché nei manoscritti dell’archivio della Badia di Cava. Nei documenti si legge che nel 1375 alcuni gruppi di uomini incappucciati, nei giorni della Passione, si battevano con una rozza fune e, compiendo lunghi tragitti a piedi sulle colline sovrastanti Minori, accompagnavano tale cammino penitenziale con dei lamenti corali.
Questi canti si tramandano oralmente di padre in figlio e sono caratterizzati da intervalli talmente accidentali da non consentirne un riferimento preciso nella struttura musicale odierna. Col passare del tempo, al lamento originario si sono aggiunte tante strofe quante sono le stazioni della Via Crucis, che a seconda del giorno in cui vengono cantate sono interpretate in due particolari versioni dette “Tono e vascie” per la sera del giovedì Santo e “Tono e coppe” per la mattina del Venerdì Santo.
La prima viene suddivisa in quattro parti ed inizia con una voce solista a cui, all’unisono, se ne aggiungono altre tre o quattro che fanno da “ripieno” e da supporto al solista detto “terzaiuolo”, il quale ne guida l’esecuzione fino a termine del fiato. A questo gruppetto che fa da guida, fa eco un secondo sulla falsa riga del precedente, poi un terzo. Infine, l’ultimo numeroso gruppo, detto la quarta, chiude la strofa ripetendola per due volte, ad una sola voce e con l’aggiunta all’ultima sillaba di una voce bianca emergente detta “uscita”.
La seconda, invece, evidenzia un pizzico di melodia in più fino all’uscita. Si cantava anche a Capodanno, ma quella era tutt’altra musica, briosa ed allegra, musica augurale ed ottimista. Varie bande di putipù suonavano per le vie ed entravano nelle case ad augurare buon anno. Verseggiatori improvvisati si ispiravano ai fatti locali e a quelli nazionali, ai pettegolezzi e ai “si dice”. Il padrone di casa offriva dolci vari. Si cantava nelle osterie, nei saloni dei barbieri ove si facevano pettegolezzi, si leggeva il giornale, si ascoltava la musica e si cantavano le serenate.
Molto importanti anche le ninne nanne, che rappresentavano uno sfogo per le mamme. Infatti non sono mai canti allegri e felici, ma a volte possono addirittura riproporre una sorta di disperazione. Le mamme chiedevano che arrivasse il sonno più per loro che per i loro bambini, proprio per avere la possibilità di dedicarsi al lavoro ed infine concedersi una meritata pausa.

Bibliografia
Ente Autonomo Mostra d’Oltremare e del lavoro italiano nel mondo, Etnografia e folklore del mare, Napoli, L’arte tipografica, Gennaio MCMLVII
Scala G., La memoria nell’immagine. Praiano viaggio nel passato, Salerno, Tipolitografia Incisivo, Luglio 2003

Fonti
sito web dell’Associazione Discede

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